Il sondaggio sulla sicurezza – riflessioni personali


InclusioneHo partecipato volentieri e al sondaggio sulla sicurezza, iniziativa alla quale plaudo. Tuttavia non trovo un effettivo riscontro fra le domande e le premesse dell’invito accompagnatorio.  Non desidero fare polemiche, bensì dare un contributo per proseguire il cammino.

Nell’invito trovo frasi  che mi avevano fatto sperare in un’incrementata attenzione verso la socializzazione, che ritengo basilare ai fini della sicurezza tanto più in un paese come Rodano, “sparpagliato” geograficamente e abitativamente. Ritengo che il Controllo di Vicinato raggiunga questo obiettivo a livello dei gruppi partecipanti, quasi come “effetto collaterale desiderato”, ma molto resta da fare a livello comunitario. Però nel questionario non trovo domande sulla partecipazione alla vita del paese e neppure sul sentirsi appartenenti a una comunità.

Parlando di sicurezza, il collegamento mentale più immediato e infiammato (vedi Facebook) è con la richiesta di più Forze dell’Ordine, controlli, certezza che le pene vengano applicate, legittima difesa armata e così via. Ma siamo sicuri che sia la sola via praticabile? Se per assurdo avessimo un poliziotto per ogni abitante, ci sentiremmo sicuri? In realtà ce ne vorrebbero almeno due che si dessero il cambio anche per questioni di diritti dei lavoratori… Non è che poi lamenteremmo che viviamo in uno stato di polizia? E saremmo certi che sono poliziotti “giusti”? Chi controllerebbe i controllori?

“Come ho notato altre volte, diversi report di ONU, EU e altri enti sovranazionali (e i criminologi di ANCDV) denunciano che una causa primaria di vandalismi, furti, solitudine, degrado ambientale, disagi vari è proprio nella disgregazione sociale: qualcuno la chiama atomizzazione. È come se fossimo atomi che al massimo si connettono con molecole-famiglia sempre più piccole, ma non con gli organi né con un corpo-comunità. Persino alle feste di paese, ai tavoli si radunano famiglie o conoscenti, ma non ci sono contatti con i tavoli vicini. E alla fine si torna ognuno a chiudersi nella propria tana. Eppure il bisogno di appartenenza è importante anche per il proprio benessere personale.

E sorvolo sul tema paura, che è in un rapporto di reciproca alimentazione con la separazione, ma, pur senza pensare a complottismi, viene in mente a nessuno che la paura può giovare a qualcuno? Divide et impera, dicevano i nostri avi latini. Dividi instillando la paura e comandi indisturbato.

Fermo  restando che le Forze dell’Ordine (che hanno tutto il mio rispetto e la mia gratitudine) e i provvedimenti sono sacrosanti, mi chiedo: che fare, allora?

Non ho una ricetta, tanto più che stiamo vivendo un’epoca di cambiamenti senza precedenti che rendono obsoleti e inefficaci i paradigmi, i modelli di pensiero e di azione fin qui usati. Ci torciamo le mani sentendoci impotenti a fronte di un disastro che coinvolge persino l’aria che respiriamo, l’acqua, la Terra… Ma forse c’è qualcuno, in giro per il mondo, che si rimbocca le maniche e trova modi per fare qualcosa di costruttivo mettendo in moto la creatività, dote che per noi italiani dovrebbe essere innata, almeno così si diceva di noi un tempo…

Nelle mie testarde ricerche di questi “qualcuno”, ho trovato un recentissimo articolo del Times, scritto da David Brooks, opinionista editorialista che si occupa di sociologia (linkato in calce, in inglese). Già il titolo mi scalda il cuore: un nuovo rinascimento sta partendo dal basso. Mi scalda il cuore per quella parola, rinascimento, ma soprattutto perché parla di vita a fronte dell’attuale clima mortifero, dà esempi concreti e dà a noi il potere di cambiare le cose. È riferito agli USA, ma non è difficile trovare paralleli con noi. Brooks chiama quei “qualcuno” Tessitori dal nome di un progetto non solo americano, chiamato Weave (=tessere, appunto), anch’esso linkato in calce. Che cosa tessono costoro? Il tessuto sociale, ovviamente! Estrapolo alcune frasi riducendole:

“(I vari tipi di disagi) hanno un filo conduttore comune: la nostra mancanza di una sana connessione gli uni con gli altri, la nostra incapacità di vedere la piena dignità l’uno dell’altro e la conseguente cultura di paura, sfiducia, tribalismo, vergogna e conflitto.

L’isolamento sociale è il problema alla base di molti altri nostri problemi… è stato risolto da persone in tutto il Paese, a livello locale, costruendo comunità e componendo il tessuto sociale. Come possiamo imparare dal loro esempio e nazionalizzare i loro effetti?

Viviamo con gli eccessi di 60 anni di iper-individualismo. Nella nostra cultura c’è molta enfasi sulla libertà personale, l’interesse personale, l’autoespressione, l’idea che la vita sia un viaggio individuale verso la realizzazione personale. Ma i Tessitori – un movimento che non sa di essere un movimento – condividono un’etica che pone la relazione al di sopra di se stessi. Nasciamo in un mondo di relazioni e la misura della nostra vita è nella qualità delle nostre relazioni.

Non abbiamo un problema semplicemente sociologico: abbiamo un problema morale. Tutti noi creiamo un’ecologia morale condivisa attraverso le nostre decisioni quotidiane. Quando stereotipiamo, abusiamo, contestiamo le motivazioni e mentiamo l’uno sull’altro, laceriamo il tessuto sociale e incrementiamo la bruttezza. Quando amiamo al di là dei confini, ascoltiamo con pazienza, vediamo profondamente e facciamo sentire a qualcuno che ci è noto, lo intessiamo e rafforziamo la generosità. Come diceva Charles Péguy, “la rivoluzione è morale, o nulla”.

Le relazioni sono e restano fenomeni su piccola scala. Ma le norme possono raggiungere scale più ampie. Se è possibile modificare la cultura, è possibile modificare il comportamento su larga scala. Se riesci a cambiare la lente attraverso la quale le persone vedono il mondo, puoi cambiare il modo in cui le persone vogliono essere nel mondo e agire nel mondo. Allora questo è compito nostro (anche dei giornalisti): spostare la cultura in modo da enfatizzare di meno l’individualismo e di più il relazionismo.

Immagino che la mia domanda sia se proclamerai la tua personale dichiarazione di interdipendenza e deciderai di diventare un Tessitore invece di un laceratore. Questo ha a che vedere in parte con la comunicazione. Ogni volta che assali e stereotipi una persona, strappi il tessuto sociale. Ogni volta che vedi profondamente quella persona e le fai sentire che la conosci, lo intessi.”

Gabriella Campioni

https://www.nytimes.com/2019/02/18/opinion/culture-compassion.html

https://www.aspeninstitute.org/programs/weave-the-social-fabric-initiative/

Non chiederti che cosa può fare il tuo paese per te. Chiediti che cosa puoi fare tu per il tuo paese. (J.F. Kennedy)

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