Terrorismo, ritorsione, legittima difesa, guerra e pace


Nel quarto anniversario della scomparsa del card. Carlo Maria Martini, pubblichiamo la sintesi di una sua riflessione (“Discorso alla città” per la vigilia di S. Ambrogio 2001-Milano, 6.12.2001) che potrebbe darci una mano a capire meglio il mondo di oggi.

 

Pace_e_guerra_fondo-magazineEssa riguarda una calamità naturale, la caduta di una torre a Gerusalemme che travolge diciotto persone (noi pensiamo agli incidenti e drammi di questi ultimi tempi). Allora, come ora, tali incidenti suscitavano tante domande: si tratta di calamità inevitabili o sono frutto di negligenza, di errore umano o di incoscienza o di imprudenze inescusabili? Chi è colpevole? Chi doveva vigilare? Quale autorità ha omesso i dovuti controlli, ha sottovalutato gli appelli ecc.?

Ma in questi mesi, a partire dall’11 settembre, tali temi sono ritornati di bruciante attualità. I fatti li conosciamo: gravissimi attentati terroristici che rivelano una capacità inaudita di odio e fanatismo, che si serve di tecnologie raffinate e si nutre di forme finora inedite di fondamentalismo civile e religioso (pensiamo a tutti gli aspiranti suicidi). Agli attentati è seguita un’azione di caccia ai terroristi che è sfociata in una guerra in Afghanistan. In questi ultimi giorni, poi, si sono moltiplicati vergognosi attentati suicidi contro cittadini inermi in Israele, a cui hanno fatto seguito ritorsioni e azioni militari in Palestina, in luoghi dove ormai da anni c’è un crescendo di violenza di cui non si vede la fine.

Questi fatti ci addolorano, ci interpellano, ci sconvolgono. Pensiamo con dolore agli innumerevoli morti, ai feriti che porteranno per tutta la vita il segno della tragedia, alle famiglie distrutte, ai milioni di profughi, al pianto dei bambini mutilati. Nascono molte domande, ipotesi, inquietudini. Domande di carattere umano e religioso e anche di carattere politico. Si vorrebbe capire, giudicare, vedere come agire per farla finita con il terrorismo, la paura, la guerra, come operare seriamente per una pace duratura.

Le domande di oggi

Qualcosa di simile avviene oggi. Gli interrogativi sui fatti della storia e soprattutto su quelli drammatici dei nostri giorni sono tanti e comprensibilmente carichi di sofferte emozioni, di comprensioni affettive e anche di pregiudizi. E non di rado si invocano da qualche autorità morale risposte immediate e chiarificatrici. Molte, in particolare, le interrogazioni gravi che si pone l’uomo della strada di fronte alle notizie e alle immagini televisive di questi mesi e di questi giorni.

La prima riguarda gli autori dei gesti di terrorismo, a partire dai più clamorosi e micidiali, specialmente quelli connessi col suicidio dell’attentatore, ed è la domanda sul perché. Perché un essere umano può giungere a tanta crudeltà e cecità? Ci si chiede in quali oscuri meandri della coscienza possano albergare tali sentimenti di odio, di fanatismo politico e religioso, quali risentimenti personali e sensi di umiliazione collettiva possano essere alla radice di simili folli decisioni. Nulla e nessuno potrà mai giustificare tali atti o dare loro una qualunque parvenza anche larvata di legittimazione. Ci dobbiamo però chiedere: noi tutti ci siamo davvero resi conto nel passato, rispetto ad altre persone e popoli, quanto grandi ed esplosivi potessero a poco a poco divenire i risentimenti e quanto nei nostri comportamenti potesse contribuire e contribuisse di fatto ad attizzare nel silenzio vampate di ribellione e di odio?

Chi di noi ha l’età per ricordare i primi tempi della contestazione (fine anni 60-inizio anni 70) sa che la noncuranza e la leggerezza, ostentata anche da chi avrebbe avuto la responsabilità di giudicare e di punire, rispetto ad atti minori di vandalismo e disprezzo del bene pubblico, ha aperto la via a gesti ben più gravi e mortiferi. Chi getta oggi il sasso e si sente impunito domani potrà buttare la bomba o impugnare la pistola. La “tolleranza zero” è, per ogni parola o gesto di odio, supportata da una regola evangelica.

Oltre alla domanda di un giudizio umano e morale severo su ogni anche piccola radice di disprezzo e di odio – da qualunque parte provenga e contro chiunque si eserciti, per smascherarla e in quanto possibile per esorcizzarla e disarmarla – emerge con insistenza nel cuore della gente anche una seconda domanda, di natura piuttosto politica e militare: il tipo di operazioni che si vanno facendo contro il terrorismo sarà efficace? Servirà davvero a scoraggiare i terroristi, a chiudere gli episodi macabri degli uomini-bomba, a creare le condizioni per un superamento delle cause di tante inquietudini? Ben pochi di noi hanno risposte certe e articolate a tutte queste questioni, anche per la loro complessità e gli scenari e episodi diversi e mutevoli a cui esse si riferiscono. Ciò non toglie che esse gravino pesantemente sulle coscienze di tutti, in particolare di coloro che sono più direttamente responsabili di programmare le operazioni contro il terrorismo, di determinare le misure politiche, economiche, giudiziarie, culturali che si ritengono necessarie. Soltanto loro conoscono da vicino le circostanze e l’efficacia, positiva e negativa, dei bombardamenti e di altre azioni di guerra, dato che gli stessi mass media non sembrano aver un accesso se non limitato alle fonti dirette dei dati e delle strategie militari. Anche a tale domanda non osiamo dare qui una risposta; però è connessa strettamente con la seguente.

La terza domanda è di tipo etico: ciò che si è fatto e si sta facendo contro il terrorismo specialmente a livello bellico rimane nei limiti della legittima difesa, o presenta la figura, almeno in alcuni casi, della ritorsione, dell’eccesso di violenza, della vendetta? E’ chiaro che il diritto di legittima difesa non si può negare a nessuno, neppure in nome di un principio evangelico. Occorre tuttavia una continua vigilanza, un costante dominio su di sè e delle passioni individuali e collettive per far sì che nella necessaria azione di prevenzione e di giustizia non si insinui la voluttà della rivalsa e la dismisura della vendetta. Si era avuta l’impressione che questi principi di cautela fossero presenti nei primi giorni della reazione ai terribili attentati dell’11 settembre. Ma ora a che punto siamo? Non hanno forse l’ansia di vittoria e il dinamismo della violenza preso la mano diminuendo la soglia di vigilanza sulle azioni di guerra che potrebbero essere non strettamente necessarie rispetto agli obiettivi originari e soprattutto colpire popolazioni inermi? E’ qui che il principio della legittima difesa viene messo gravemente in questione, poiché non si può impunemente andare oltre senza creare più odi e conflitti di quanto non si pretenda risolverne. Sembra questo in particolare il caso, è doloroso dirlo, di quanto continua ad accadere in maniera crescente in Medio Oriente. Da una parte un terrorismo folle e suicida contro cittadini pacifici, fra cui tanti bambini, un terrorismo che non conduce a nulla e che suscita un crescendo di ira, indignazione e orrore. Dall’altra atti di rappresaglia, difficilmente definibili ancora come operazioni di legittima difesa, che colpiscono popolazioni inermi, e anche qui tanti bambini. Vi si aggiungono in più vere e proprie azioni belliche, di fronte alle quali perfino l’osservatore più imparziale e sinceramente desideroso e convinto del bisogno di una piena sicurezza per il paese che così agisce, non riesce a cogliere quale sia la strategia della pace e della sicurezza che pure è sempre nel desiderio di tutto quel popolo la cui sopravvivenza è essenziale per il futuro della pace nella regione e nel mondo intero.

Le tre domande sono nel cuore di tanta gente e su di esse vi sarebbe tanto da discutere. In ogni caso, pur facendo riferimento a elementi etici di estrema gravità, non sono di competenza solo, e spesso neanche in prima istanza, della Chiesa. Non sta alla Chiesa dare l’ultimo giudizio pratico su atti di cui soltanto pochi conoscono le modalità  ultime e precise. Sollevando interrogativi come quelli espressi sopra non ho voluto tanto esprimere giudizi definitivi quanto aiutare me e voi a riflettere seriamente e soprattutto stimolare i competenti e i responsabili a pesare ogni loro opinione e azione su una bilancia di rigorosa giustizia e di rispetto dei diritti umani di ognuno. Tali responsabili veramente competenti non sono probabilmente molti. Certamente assai meno di quanto non si pensi o non appaia dal numero e dalla molteplicità delle opinioni che vengono formulate, spesso con tanta sicurezza. Sono pochi infatti a conoscere a fondo tutti i dati disponibili sui terroristi, i loro progetti, le loro risorse; poche le notizie che realmente filtrano sugli atti di guerra e le loro conseguenze, la natura delle resistenze e gli ambiti delle strategie. Le autorità politiche e militari responsabili – me ne rendo conto – pagano qui una misura ardua di solitudine a fronte di decisioni che coinvolgono la vita di milioni di persone.

Perciò è tanto più prezioso il controllo democratico stabile e metodico esercitato dai Parlamenti e da una opinione pubblica intelligente e non faziosa, correttamente informata prima sul varo e poi sulla conduzione degli eventuali interventi.

Sono tanti i mali da deplorare e da sconfiggere: oltre il terrorismo e la violenza va condannata ogni ingiustizia e va eliminato ogni affronto alla dignità umana. Ci chiediamo: sarà possibile una tale inversione di tendenza?. Pur se lasciamo al Signore della storia il calcolo dei tempi, sappiamo che è ben possibile che maturi di nuovo in Occidente, forse proprio sotto la spinta di eventi così drammatici, la percezione che è necessario un cambio di vita, l’adozione di una nuova scala di valori. Nel nostro contesto si tratta di una rivelazione del male in cui siamo immersi, dell’assurdità di una società il cui dio è il denaro, la cui legge è il successo e il cui tempo è scandito dagli orari di apertura delle borse mondiali. Una società che giunge quasi al ridicolo nella sua ricerca affannosa di investimenti virtuali, di transazioni puramente mediatiche e che pretende di esportare .Questo modo di vedere in tutto il mondo. Tale globalizzazione è giusto rifiutare. Come ha scritto recentemente Tommaso Padoa Schioppa “la strada che porta alla sicurezza è assai più lunga di quella che ha portato a Kabul. La strada è anche assai più faticosa, perché su di essa siamo noi a dover camminare, non militari o Paesi lontani. E camminare vuol dire modificare nostri modi di vivere, nostri pensieri, nostri sistemi politici. Possiamo chiederci: abbiamo incominciato?” (Corriere della Sera, 18.11.01). Ma se ciò vale per l’economia e la politica, perché non dovrebbero aprirsi anche nel campo della moralità nuovi spazi per un rinnovato impegno di serietà e di giustizia, per una ricerca del significato profondo della vita, per una maggiore apertura sul mistero di Dio? Non ha forse Dio “rinchiuso tutti nella disobbedienza” di conflitti senza via di uscita “per usare a tutti misericordia?” (cfr Rom 11,32).

Come ha ripetuto il 4 dicembre 2001 il Papa a proposito del conflitto in Medio Oriente: “La violenza non risolve mai i conflitti, ma soltanto ne accresce le drammatiche conseguenze”. Ha perciò lanciato “un nuovo pressante appello alla comunità internazionale, affinché con sempre maggiore determinazione e coraggio aiuti israeliani e palestinesi a spezzare questa inutile spirale di morte. Siano ripresi immediatamente i negoziati, perché si possa giungere finalmente alla tanto desiderata pace”. Inoltre il Papa ha stimolato, con un gesto assolutamente nuovo nella storia del rapporto Cristianesimo-Islam, tutti i cattolici a unirsi spiritualmente il 14 dicembre prossimo alla conclusione del solenne digiuno musulmano del Ramadan, per proclamare che c’è e ci deve essere un clima di rispetto tra le due religioni. Di qui avrà inizio un particolare tempo di conversione, di ritorno al Signore nel cammino faticoso della storia verso la pienezza della verità e della carità, che culminerà il 24 gennaio 2002 in una grande preghiera interreligiosa per la pace ad Assisi con la partecipazione del Papa. Sono gesti che intendono proclamare a tutto il mondo che mai per nessun motivo le religioni devono divenire fonte di conflitto, ma al contrario occasione e strumento di pace.

Davide Radaelli © RIPRODUZIONE RISERVATA

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